Costruite a partire dall'abitare
Martin Heidegger, sull’abitare: «Per quanto dura e amara possa essere la carenza di abitazioni, l’autentica penuria dell’abitare non consiste nella mancanza di abitazioni»
Per il filosofo tedesco, costruire una casa non bastava a trasformarla in una dimora: abitare implicava una forma di essere nel mondo.
«Solo se siamo capaci di abitare, possiamo costruire». La frase sembra semplice, domestica, ma dietro di essa si cela una delle domande che hanno attraversato il pensiero di Martin Heidegger: che cosa significa realmente vivere in un luogo? Per il filosofo tedesco, un’abitazione poteva avere pareti, tetto e finestre e, tuttavia, non risolvere ciò che permetteva a un essere umano di sentirsi veramente insediato nel mondo.
La questione assumeva una dimensione particolarmente urgente nella Germania del dopoguerra, quando migliaia di persone avevano perso le proprie case e la carenza di abitazioni era diventata un problema di primaria importanza. Fu proprio in questo contesto, nel 1951, che Heidegger pronunciò a Darmstadt la conferenza Costruire, abitare, pensare, nella quale sostenne che il problema abitativo non poteva essere ridotto semplicemente alla costruzione di un maggior numero di edifici.
Chi era Martin Heidegger?
Martin Heidegger nacque nel 1889 a Messkirch, una piccola località nel sud-ovest della Germania, in una famiglia cattolica. Nel 1909 iniziò gli studi all’Università di Friburgo, dove passò dalla teologia e dalle scienze naturali alla filosofia, disciplina nella quale conseguì il dottorato nel 1913. Lì iniziò anche la sua carriera accademica e, alcuni anni dopo, fu professore all’Università di Marburgo, prima di tornare a Friburgo, dove occupò la cattedra di filosofia che era appartenuta a Edmund Husserl.
Fu uno dei filosofi tedeschi più influenti del XX secolo. Il suo pensiero ruotava attorno a una domanda apparentemente elementare, ma di enorme profondità: che cosa significa essere? In Essere e tempo, pubblicato nel 1927, analizzò l’esistenza umana attraverso il concetto di Dasein, letteralmente "essere-là", inteso come l’essere umano in quanto esiste e si trova sempre situato in un mondo, in relazione con altre persone, con le cose e con il tempo.
La sua filosofia fu influenzata dalla fenomenologia e prestò particolare attenzione a ciò che rimane nascosto dietro l’esperienza quotidiana. Per Heidegger, concetti come la cura, la temporalità, il linguaggio o la relazione con gli altri non erano questioni secondarie, ma elementi fondamentali dell’esistenza. Il suo pensiero fu inoltre segnato dal controverso rapporto con il nazionalsocialismo: nel 1933 fu nominato rettore dell’Università di Friburgo sotto il regime nazista, anche se si dimise dall’incarico l’anno successivo.
L’essere umano non occupa semplicemente uno spazio
In questo percorso filosofico emerge un’idea fondamentale per comprendere la sua riflessione sull’abitare: l’essere umano non è semplicemente collocato in uno spazio, ma esiste sempre in relazione con esso. Da qui la stretta interdipendenza operata da Heidegger tra costruire e abitare.
Per spiegare che cosa significhi abitare, Heidegger ricorse alla cosiddetta quadratura, formata dalla terra, dal cielo, dalle divinità e dai mortali. Abitare consisteva nel custodire e preservare questa relazione, intendendo l’esistenza umana come parte di un insieme più ampio.
Quando costruire non significa semplicemente costruire una casa
La riflessione assunse particolare importanza nella conferenza Costruire, abitare, pensare, tenuta a Darmstadt nel 1951, quando la Germania subiva ancora le conseguenze dei bombardamenti alleati e affrontava una grave carenza di abitazioni. Heidegger partiva da quel problema concreto per porre una questione molto più profonda: che cosa significa realmente costruire e quale rapporto ha questo atto con l’abitare.
Per il filosofo tedesco, costruire una casa non era sufficiente per trasformarla in una dimora.
La sua risposta rompeva con un’idea apparentemente logica: costruire non era semplicemente il mezzo per ottenere un’abitazione. Per Heidegger, costruire e abitare erano intimamente legati. Lo stesso antico termine tedesco bauen era collegato all’abitare, e il filosofo utilizzò questa connessione linguistica per sostenere che il costruire dovesse essere inteso a partire dall’atto dell’abitare.
Per questo, di fronte alla carenza di abitazioni, Heidegger avvertiva che costruire edifici non risolveva di per sé il problema. «Per quanto dura e amara possa essere la carenza di abitazioni», scriveva, «l’autentica penuria dell’abitare non consiste anzitutto nella mancanza di abitazioni». Il problema più profondo risiedeva, secondo la sua impostazione, nel fatto che le persone avevano perso la capacità di comprendere che cosa significhi abitare e dovevano imparare nuovamente a farlo.
In questo modo, una casa cessava di essere soltanto una struttura fisica per diventare un luogo nel quale si sviluppa l’esistenza. Per Heidegger, la questione non riguardava soltanto quante abitazioni una società fosse in grado di costruire, ma quale tipo di spazi stesse creando e se questi consentissero realmente di abitare. Da qui la sua conclusione: «costruite a partire dall’abitare e pensate per l’abitare".
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